ATP Weekend One Report
Di ritorno da Camber Sands (Rye, East Sussex, UK) vengo subito al dunque, cioè alla vera ragione del viaggio (del mio viaggio, perlomeno). Il concerto dei curatori è stato di una precisione chirurgica. Non una singola nota o colpo di batteria fuori posto. Meticolosità quasi religiosa. Tensione e intensità lancinanti. Dinamiche da concerto di classica. Suono ed esecuzione incredibilmente fedeli al disco, pezzo per pezzo.
Ma anche molto distacco, come se tra loro e noi, il pubblico, ci fosse un muro invisibile, fatto di suono e parole non-dette. Come se i musicisti fossero momentaneamente altrove, fuori da sè, completamente assorbiti dalla/nella musica, e per comunicare con loro bisognasse lasciarsi trasportare là. Come se stessero eseguendo composizioni di un grande autore scomparso; come se quelle canzoni, ormai, appartenessero più a noi che a loro (il che, probabilmente, è vero). Lunghi silenzi fra un pezzo e l’altro, e non una parola per tutto il concerto, eccetto un lapidario “Be patient” (in risposta alle incitazioni del pubblico durante una pausa). Il suono della chitarra di Dave Pajo era veramente otherworldly, e ogni colpo di rullante di Britt Walford un brivido lungo la spina dorsale. Brian McMahon ha cantato da dio, tutto il tempo di profilo, concentratissimo sulla propria voce. Suo fratello minore Michael (il brillante ex-ragazzino al quale si deve il titolo di “Spiderland”, già in The For Carnation) ha fatto un gran lavoro alla Telecaster (gli armonici e l’arpeggio iniziali di Breadcrumb Trail sono compito suo, dal vivo). Il bassista Todd Cook (Crain, Retsin, Rodan) immobile al centro del palco annuiva lentamente a occhi chiusi, ieratico come un samurai. Nell’insieme, una fottuta creatura a cinque teste impossibile da descrivere a parole.
Nel moshpit, durante il finale disperato di Good Morning, Captain, per alcuni istanti ho avuto la certezza assoluta che il pavimento dell’auditorium al primo piano del Camber Sands Holiday Centre sarebbe crollato sotto i nostri piedi.
A concerto terminato –tredici pezzi in un’ora e un quarto– la testa che gira un po’, e la sensazione di essermi perso qualcosa. Come se avessi appena visto una stella cadente di quelle con una scia enorme, multicolore e luminosissima: un evento raro e bellissimo, ma troppo breve per poter essere apprezzato come si vorrebbe. Anche per questo mi piacerebbe poterli rivedere a Bologna.

