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recensioni

Days (CD, Black Candy Records, 2004)

Rockerilla n. 295, marzo 2005

«[...] Più spigolosa e acerba, ma per certi versi altrettanto entusiasmante, è la breve raccolta dei Brother James, alle prese con cinque pezzi originali tra cui spiccano The Power Of (psichedelia con assonanze math-rock), Wait a Minute (urgente ed oscuro post-punk) e ancor più Toy Spaceship, rovente e pulsante. Non meno riuscite le due cover, la loureediana Kill Your Sons (aggiornata attraverso la lente dei Suicide) e la dylaniana One Too Many Mornings, piuttosto sconvolta da un'interpretazione cupa e dolorosa». (RRR)
Enrico Ramunni

LosingToday n. 4, febbraio-marzo 2005

«Ultima novità in casa Black Candy, i parmensi Brother James, arrivano a pubblicare il secondo album dopo il felice esordio di "Lack" uscito nel 2000 per l'etichetta tedesca friction.friction. Già il nome del gruppo, preso da una vecchia canzone dei Sonic Youth, ci fa capire cosa ci si deve aspettare ancor prima di ascoltare la loro musica. I trenta minuti di "Days" si dividono tra noise rock, emo-core e psichedelia. Cinque pezzi originali e due cover personalissime di Kill Your Sons di Lou Reed e di One Too Many Mornings di Bob Dylan si susseguono tra rabbiose chitarre distorte, efficaci contrasti e scarnificate dissonanze. Suoni diretti ed essenziali, supportati raramente da incursioni vocali, passando per l'ansia nervosa del brano d'apertura The Power Of fino al rigido romanticismo di The Soft War e alle tensioni visionarie di Flat Top. Alla ricerca di una definitiva personalità, nel frattempo i Brother James si iscrivono a pieno titolo tra quei (tanti) gruppi di nicchia della scena indie italiana. Dove ormai il compito più arduo è spiccare per originalità. Che stiano attenti a non confondersi con tutti gli altri e a sbiadire nella massa».
Valentina Catalucci

Blow Up n. 81, febbraio 2005

«Torna prepotentemente il sound glaciale e rotondo degli emiliani Brother James. L'iniziale The Power Of, di fatto non lascia scampo a voli pindarici, è il suono a farla da padrone, plumbeo, matematico e dai tempi dispari, il loro manifesto insomma. Le novità riguardano soprattutto un paio di pezzi altrui rivisitati secondo gli standards del genere, soprattutto alla luce del fatto che i brani in questione sono due perle d'eccezione: Kill Your Sons firmata Lou Reed e One Too Many Mornings di Bob Dylan. Inasprite davvero bene e mai trasfigurate, ben si allineano al resto del cd, amalgamandosi alle altre figure ripetute presenti, a quella furia sommessa, esasperata che si annida nei BJ, talvolta sprigionata (Flat Top). Un suono fine a sé stesso, si diceva, che si alimenta sempre più dei suoi stessi demoni». (7)
Riccardo Bandiera

Rumore n. 157, febbraio 2005

«È un suono impastato ed ossessivo quello dei parmigiani Brother James, di ritorno con Days a quasi quattro anni di distanza dal precedente Lack. Crea un mood ruvido e dissonante, abbastanza datato nelle chiare ascendenze noise e math, che rischia di limitare il raggio d'azione del trio ed uniformare in maniera eccessiva il tutto. Non pare azzeccatissima ad esempio la scelta di aprire con uno strumentale di quasi sei minuti, che in queste atmosfere gira e rigira, e pure gli altri quattro originali (metà dei quali ancora strumentali) alla lunga si fondono in un unico magma poco distinguibile di melodie malate e riff sonici. Bene comunque Flat Top, così come le rivisitazioni di One Too Many Mornings (Bob Dylan) e soprattutto Kill Your Sons (Lou Reed)». (2/5)
Andrea Pomini

"Fuori dal Mucchio", Il Mucchio Selvaggio n. 606, gennaio 2005

«Proprio quando li si riteneva ormai desaparecidos, considerato che il loro primo album Lack (per l'etichetta tedesca fiction.friction) aveva visto la luce addirittura nel 2000, i Brother James sono tornati: un travaglio lungo e reso presumibilmente ancor più pesante dal fatto che le registrazioni risalgono a quasi due anni fa, ma alla fine esorcizzato da un cd che non potrà non riscuotere consensi presso i numerosi cultori di quell'indie-rock nostrano del quale il terzetto di Parma può essere annoverato tra i nomi "storici". Composto da sette tracce per una durata complessiva di mezz'ora, Days è infatti un efficace esercizio di rock ipnotico e spigoloso, che pur non disdegnando di graffiare (a sangue, se il caso) disdegna i toni punk a favore di una formula più malata e cerebrale stilisticamente collocabile da qualche parte tra il noise sonicyouthiano e certe cupezze care alla scuola new wave. Vantano un bel suono di chitarra-basso-batteria e voce incline più alla declamazione che al canto, i Brother James, e anche una bella verve nell'edificare trame articolate e incisive; dovrebbero però forse impegnarsi maggiormente nel songwriting, dato che alla fine i brani che più restano impressi sono le (semi-irriconoscibili) cover di Kill Your Sons di Lou Reed e One Too Many Mornings di Bob Dylan».
Federico Guglielmi

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Lack (CD, fiction.friction, 2000)

"Fuori dal Mucchio", Il Mucchio Selvaggio n. 393, 18-24 aprile 2000

«[...] Giunto al quinto anno di attività, il terzetto di Parma ha da poco confezionato sotto l'egida dell'etichetta tedesca fiction.friction (distribuzione Gamma Pop/Wide) il suo debutto autonomo con il CD "Lack": sette brani propriamente detti e un breve frammento, registrati in soli due giorni ma senza alcun estremismo lo-fi, per trentuno minuti di musica che si muove tra ipnotismi scarni e visionari e ruvidezze incalzanti e rumorose. Indiscutibilmente assai poco italiana, e non solo a causa dei testi in inglese, la proposta di Matteo Berghenti (chitarra, voce), (basso) e Rodolfo Villani (batteria) affonda le sue radici nel suono dei padri Sonic Youth, mettendo però in mostra anche i benefici influssi subiti dall'emo-core e dal noise meno concitato; sintesi perfetta delle varie tendenze è senz'altro la più che suggestiva The Pylon, dove vellutate tensioni si alternano a momenti crudi e nervosi, ma anche le altre tracce - da Chemical, fluida a dispetto dei frequenti break, alla più ansiosa Slo Dance fino all'etereo e avvolgente strumentale che dà il titolo all'album imbastendo fascinose trame post-rock - non mancano davvero di estro ed efficacia. Insomma, un gruppo da non sottovalutare, che alla pari di colleghi come Yuppie Flu o Slacker Monday si impegna con buoni risultati nell'ambito dell'indie-rock filoamericano; e che, pur non provando a negare i suoi legami ispirativi con i ben noti modelli d'Oltreoceano, sembra intenzionato più a mischiare le carte della creatività che non ad avvilirsi nella sterile pratica del plagio. Lecito ipotizzare che tale condivisibile attitudine permetterà ai Brother James di ottenere a livello internazionale quella piccola notorietà "di culto" della quale stanno già cominciando a godere in patria: anche se non spalancherebbe loro chissà quali prospettive, sarebbe già una bella (e meritata) soddisfazione».
Federico Guglielmi

"Spot On", Blow Up n. 21, febbraio 2000

«[...] È musica fortemente abrasiva quella suonata dal trio parmense, figlia del white noise dei Sonic Youth vecchia maniera quanto del suono attuale americano, matematico e geometricamente spigoloso. In apertura del CD è posto un 'uno-due' massacrante. Jump Start e Faint non concedono tregua alcuna, giocate entrambe sull'incessante reiterazione di frame chitarristici e pulsare di basso. Altamente corrosivi, a proprio agio nell'elaborare feedback e dissonanze, i Brother James mettono da subito le cose in chiaro. Il noise è il punto di partenza, ma al rumore propriamente detto si aggiunge un'attitudine intellettualoide, concettuale della materia. Chemical si sposta verso qualcosa di meno esasperante, grazie a progressioni elettriche, brevi e appena accennati breaks. Convince il dialogo chitarra-voce e il taglio epico con cui è stato confezionato l'episodio. The Pylon rappresenta il punto fermo di "Lack", con i suoi sei minuti di furore post-noise. Una bellissima introduzione parlata, in puro stile emo-core, e poi l'esplosione di riff distorti. Questi due diversi aspetti si susseguono per tutta la durata del brano, in un perfetto meccanismo di luci e ombre. Il fraseggio tra chitarra e basso apre Slo Dance, anch'essa costruita sul preciso incastro arpeggio/riff. Una certa propensione visionaria fa capolino nel pezzo in questione, ed ancor più nella seguente suite strumentale, Lack. La tastiera disegna impercettibli armonie eteree, la cadenza è pesantemente lenta e catatonica, il verbo post-rock è qui trasfigurato e personalizzato in un linguaggio decisamente di alto livello qualitativo. Con "Lack" i Brother James si propongono tra le migliori nuove leve del 'rock altro' di casa nostra, già pronti per il grande salto».
Riccardo Bandiera

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